Dal Labrador alla Terra del fuoco

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Fino ad Ushuaia con una BMW R1100GS, la cronaca di un viaggio straordinario

Esperienza di Viaggio di Riccardo Prati

Arrivo a New York in una calda notte di luglio, bivacco in aeroporto e di buon mattino raggiungo il quartiere di Yonkers dove la mia BMW è in attesa di essere cavalcata, parcheggiata in un garage a 5 stelle in compagnia di Cadillac, Chevrolet e Corvette.

Quando spiego al titolare del garage le mie intenzioni di viaggio mi guarda schifato e mi chiede :”Perchè?“. La mia risposta è lapidaria: “Perchè no?“.

Ho già visitato tutti i paesi che attraverserò e quindi eviterò le principali località turistiche, viaggerò per strade secondarie e dormirò a casa delle popolazioni locali.

Per fare tutto ciò utilizzerò il couchsurfing (www.couchsurfing.com), un servizio gratuito di scambio di ospitalità. Come scoprirò ben presto il valore aggiunto non è il risparmio economico ma la possibilità di entrare nella vita della gente, conoscerne usi e costumi, trasformarsi da turista in viaggiatore. Ma prima di iniziare vorrei presentare la protagonista principale di questa avventura, la BMW R1100GS, da 25 anni mia fedele compagna.

Lascio dunque New York, sono solo, un senso di libertà infinita, così tanta da avere quasi paura. Dopo aver visitato Boston e dintorni dedico qualche settimana al New England, stati famosi per il loro passato coloniale e per le montagne ricche di foreste.

Per giorni attraverso la provincia americana, le classiche villette bianche in legno con la bandiera a stelle e striscie che sventola e il padrone di casa alle prese con il trattorino tosaerba. Sembra tutto finto come nel film The Truman Show e invece è la realtà. Così come è realta l’incontro notturno con un orso dal quale ne esco fortunatamente illeso.

Dopo giornate bucoliche ed escursioni nei Monti Appalachi torno sul mare, nel Maine e dopo una fredda notte in tenda nell’acadia National Park arrivo alla frontiera con il Canada.

maine

L’immensità dei panorami del New Brunswich e della Nuova Scozia toglie quasi il fiato, è una lezione di geografia all’aperto. Le terre emerse stanno finendo e non mi resta che puntare a North Sydney dove mi imbarco per l’isola di Terranova. Il panorama è molto diverso dalla terraferma canadese: pochissimi alberi e la tundra a farla da padrone, attraverso tutta l’isola fino a St.Barbe dove mi imbarco per tornare in continente, nelle terre estreme e sconosciute del Labrador, The Big Land.

labrador big land america

Terra ostile che mi accoglie con freddo, nebbia e pioggia; un territorio grande come l’Italia ma abitato da meno di 30.000 persone.

Qui inizia un infinito sterrato che mi accompagnerà per molte centinaia di chilometri fino a Cartwright dove tocco il punto più settentrionale del viaggio. Da ora in poi si inizia a scendere, tutto il continente da attraversare, una grande sfida, La Trans-Labrador highway attraversa un’immensa landa selvaggia, antica e poco popolata.

Sono giorni molto impegnativi che mettono a dura prova sia le mie condizioni fisiche che quelle della moto ed è un piacere varcare il confine del Quebec e riposarsi a Baie-Comeau. Costeggio l’immensa foce del San Lorenzo, tanto grande da sembrare un mare, poi la natura selvaggia lascia il posto alle grandi città di Quebec City, Montreal e Ottawa.

Sotto un diluvio universale raggiungo Chicago, la città del vento sul lago Michigan dove ha inizia la mitica Route 66. E’ la leggendaria highway aperta nel 1926 che collega Chicago a Los Angeles attraverso gli stati Illinois, Missouri, Kansas, Oklahoma, Texas, Nuovo Messico, Arizona e California su una distanza complessiva di circa 2.300 miglia.

route 66

Soprannominata The Mother Road (la strada Madre) è un simbolo, un’istituzione inscindibile della cultura americana, la cultura dei motel, delle stazioni di servizio, delle tavole calde per camionisti (diner) e delle vistose insegne al neon.

Per alcuni giorni sarò bloccato in un lurido motel e viaggerò con il costante controllo della situazione meteo. Il sole torna solo in Texas quando decido di puntare a nord e raggiungere la Monument Valley. Arrivare con la propria moto nel Far west è un’emozione incredibile, uno dei must del viaggio.

monument valley
Monument Valley

Poi è la volta del Grand Canyon e di Sedona dove mi fermo per un paio di trekking. Una deviazione sullo strip di Las Vegas e infine gli ultimi chilometri della Route 66 dove il traffico diventa preoccupante, svincoli parabolici e lunghe code fino a Los Angeles.

Vedo l’oceano e l’affollatissima spiaggia di Santa Monica, la Route 66 is over.

La visita dei rinomati quartieri e delle spiagge di Los Angeles e San Diego è sempre divertente ma ormai è ora di lasciare il Nord America e affrontare una delle dogane più trafficate e pericolose del mondo, quella di Tijuana.

Sono ufficialmente in Messico e festeggio con i primi tacos de camarones. Mi accingo alla traversata della Bassa California; Sto percorrendo un immenso deserto di cactus, caldo torrido, nessun essere umano, velocità sostenuta. Con la coda dell’occhio noto un avvoltoio che plana, si avvicina, sempre di più, ancora di più, poi in picchiata mi colpisce nel casco e sventra la visiera. Riesco ad abbassare il collo quei pochi centimetri che mi permettono di non cadere e di salvarmi la vita.

Dopo il grande spavento attraverso tutto il Messico e a Villahermosa sono ospite di Juan. Mi consiglia di chiudermi in casa e non uscire per nessun motivo: le sparatorie sono all’ordine del giorno. Visito Palenque, il sito maya immerso nella giungla e entro in Guatemala dalla frontiera di El Ceibo. Il Guatemala è verdissimo e le strade molto panoramiche, innumerevoli topas a rallentare la velocità e tanti ristorantini che offrono uova fritte, fagioli, tortillas e succhi tropicali.

Visito la bella Flores e il sito archeologico di Tikal e raggiungo Puerto Barrios, città blindata e impenetrabile. E il pericolo continua anche in Honduras; San Pedro Sula e Tegucigalpa sono città tra le più violente del mondo.

Al confine con il Costa Rica gli acquazzoni sono sempre più frequenti; è in arrivo una settimana di forti piogge che metteranno in ginocchio il paese e renderanno difficoltoso il mio transito. È ora di entrare a Panama e raggiungere Cartì in tempo utile per imbarcare la moto.

La Panamericana infatti si infrange nella foresta del Darien ed è impossibile proseguire via terra. Ho prenotato quindi un passaggio su un veliero dei primi novecento, la Stahlratte. Al piccolo porto è già festa con centauri di varie nazionalità e 21 motociclette a dominanza BMW.

Con questa banda di scalmanati trascorrerò tre giorni fantastici, mangiando pesce fresco e nuotando negli atolli delle San Blas. “Terra, terra”, ecco Cartagena, ecco il Sudamerica. La prima tappa è Medellin dove incontro Lorena e Jaime.

Hanno un BMW R1200GS e il loro sogno è, come il mio, raggiungere Ushuaia in moto. A tal fine hanno prodotto 200 magliette con il logo “Dakar 40” e all’inizio di gennaio le venderanno a Lima alla partenza della Dakar, racimolando i dollari per il viaggio.

Eccomi alla prima frontiera sudamericana, quella con l’Ecuador. Le formalità sono semplici ma la fila è molto lunga, centinaia di giovani venezuelani hanno lasciato il loro paese e stanno cercando un futuro migliore nei paesi vicini.

Quito è la capitale più bella delle americhe e me la godo con calma, poi arrivano le Ande che mi tengono compagnia fino a Cuenca, città coloniale meravigliosa. Entro in Perù, festeggio con il primo ceviche e decido di seguire la costa per tutti i suoi 2.400 chilometri. Arrivo a Trujillo il giorno del mio compleanno e sono ospite di Fernando.

Gestisce un improbabile bar che mi ricorda la pubblicità nei peggior bar di Caracas e mi chiede di sostituirlo per tutto il pomeriggio. Compleanno alternativo servendo birre ghiacciate a nonni peruviani.

Dopo le soste a Lima, all’oasi di Huacachina e a Arequipa raggiungo la frontiera con il Cile dove un nervoso doganiere controlla minuziosamente tutti i bagagli. Costeggio fino ad Arica dove imbocco la statale 11, la Ruta del desierto, tante belle curve fino ad arrivare ai 3.500 metri di Putre. L’altitudine incomincia a farsi sentire: il soroche mi provoca un cerchio alla testa e un forte stato di affaticamento. Dopo una notte difficile mi metto in marcia, ancora salita e il freddo è sempre più pungente. Sono nel remoto Parque Nacional Lauca dove alpaca e lama pascolano liberi, il cielo è di un azzurro innaturale e il vulcano Parinacota svetta solitario.

Poi una delle pietre miliari di questo overland: il Salar di Uyuni. È il lago salato più grande del pianeta con i suoi 10.000 chilometri quadrati di lastre di sale dalla forma esagonale, luogo surreale dove il riflesso del sole è accecante.

Quando entro in questo paradiso bianco urlo di felicità e accarezzo il serbatoio del mio BMW. L’orientamento non è facile e bisogna fare attenzione alle enormi voragini chiamate ojos de salar. Ma in alcune direttrici si può correre a forte velocità; senza i riferimenti tradizionali è pazzesco guidare in questo luogo che considero tra i più belli al mondo.

La Bolivia è un paese difficile: gli aspetti ambientali, economici e sociali non sono dei più favorevoli ma è un paese che rimane nel cuore. Rivisito Potosì e le quebradas di Tupiza, poi raggiungo Villazon, città di frontiera con l’Argentina, dove un cartello mi ricorda che a Ushuaia mancano “solo” 5.121 chilometri.

Sono nella provincia di Jujuy e vado alla scoperta di Iruya, Humahuaca, Tilcara e Purmamarca, quattro villaggi incastonati tra le aride rocce multicolori delle Ande, imperdibili. Con grande emozione mi immetto nella famosa Ruta 40 che attraversa longitudinalmente tutto il paese. A sud di Malargue inizia uno sterrato impegnativo e un fortissimo vento laterale mi impedisce di scegliere le traiettorie migliori. È incredibile la forza del vento in Patagonia. Poi la ghiaia lascia spazio alla sabbia; devo tenere una forte velocità ma non riesco a vedere che a pochi metri davanti a me.

E infine cado.

Sono illeso ma non riesco a sollevare la moto. Sono in mezzo ad una landa deserta, non mi resta che aspettare l’arrivo di un giovane camionista che mi aiuta a ripartire. Cadrò altre due volte e impiegherò oltre 4 ore per percorrere pochi chilometri. Torna l’asfalto ma il vento è implacabile, la moto piegata a contrastare le raffiche.

Dopo Bariloche proseguo per la Ruta, giorni difficili a causa del meteo, dei lunghi sterrati e delle difficoltà nell’approvvigionamento di benzina. Attraverso località fuori dal mondo fino ad arrivare a El Calafate sul Lago Argentino e al vicino Perito Moreno. È il re dei ghiacciai, con il suo fronte azzurro alto oltre 60 metri e largo 5 chilometri, migliaia di crepacci e pinnacoli come un bianco mare tempestoso improvvisamente cristallizatosi.

Varie vicissitudini e tanti chilometri fino al 30 dicembre quando mancano solo 210 chilometri a Ushuaia. E’ l’ultimo giorno e i chilometri sembrano non passare mai, ancora freddo, pioggia e forte vento. Inizia la salita al Passo Garibaldi, ho le mani congelate e fatico a muovere le dita. Una caduta o un incidente comprometterebbe tutto il viaggio, non arrivare a destinazione è come non essere mai partito.

Un “Tieni duro Riki” rimbomba nel casco. Una pericolosa discesa e all’improvviso il cartello agoniato, “USHUAIA“. Bacio l’asfalto e la moto, salto e urlo come un pazzo. Missione compiuta!

ushuaia

Da Ushuaia la moto non può partire per l’Europa, in qualche modo bisogna portarla a Buenos Aires. Sono in buone condizioni fisiche e non ho fretta; quindi decido di percorrere altri tremila chilometri sulla Ruta 3.

Arrivo a Buenos Aires dove i ragazzi della Dakar Motors mi organizzano il rientro della moto in aereo. Nell’hangar dell’aeroporto incontro un ragazzo colombiano che deve spedire la moto a Bogotà.

Ci scambiamo gli aneddoti del viaggio e mi racconta di quella coppia di Medellin che vicino al Salar de Uyuni ha avuto un grave incidente causato dalla rottura dei raggi. Mi si gela il sangue, sono Lorena e Jaime. Il loro sogno si è infranto sul più bello.

 

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