Islanda: 4.200 km su un Altro Mondo

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L’Islanda, dove il blu del cielo si confonde con quello del mare… Un viaggio che diventa una sfida tra sterrati, fango e polvere. Un paesaggio di crateri vulcanici, dune di ghiaia e ghiaccio. L’imponenza di meravigliose cascate e tutta la sorpresa di vedere da vicino un geyser

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Tutto è partito dalla proposta di un’agenzia viaggi, l’Exodus: al raggiungimento del numero di 17 moto, l’agenzia avrebbe organizzato “L’Islanda di Alex”, un pacchetto molto conveniente per girare su due ruote la Terra dei ghiacci. E in meno di un mese il camion è riempito: 17 moto all’appello. Una soluzione che evita di sprecare cinque giorni di viaggio per raggiungere l’isola e altrettanti per rientrare, poiché l’itinerario più breve sarebbe imbarcarsi in Danimarca per un viaggio in nave.

L’8 agosto inizia l’avventura: volo Malpensa-Reykjavik e poi volo interno per Egilsstadir, dove il nostro amico Eddy ci aspetta con il camion carico di moto. La giornata è bella, sole e 22°C, senza nuvole. Una fortuna considerato che siamo molto vicini al circolo polare. Scaricate le moto, l’adrenalina è alle stelle. Dopo pochi chilometri il gruppo di motociclisti si divide, ognuno verso il proprio tour; noi lo faremo in compagnia di Massimo e Barbara sulla loro Stelvio Ntx e Andrea sul suo KTM. Ci dirigiamo verso l’interno Modrudalur, desertico, tutto terra, sabbia e pietre levigate dai venti nordici e dai ghiacci invernali che non permettono la crescita di vegetazione. La strada diventa una pista sterrata, la polvere ci avvolge per una quarantina di chilometri.

Arriviamo nella zona vulcanica di Krafla. Saliamo fino al cratere di Stora-Viti, pieno d’acqua cristallina e dalle pareti vertiginose; in lontananza vediamo salire zaffate di fumo: sono le pozze di fango bollente di Namafjall. Riprendiamo le moto e girando lì intorno arriviamo davanti a una spaccatura lunga chilometri: sotto ci sono delle grotte con pozze d’acqua calda a 40°C; dopo poco raggiungiamo il Lago Myvatn, costellato da migliaia di piccoli crateri vulcanici, un paradiso se non fosse per i malefici moscerini. Lo costeggiamo e ci dirigiamo verso Husavik, dove ci attende il Bed&Breakfast: per contenere i costi, infatti, abbiamo scelto la formula Sleeping Bag, che prevede la disponibilità di una camera senza coperte, dove si dorme con il proprio sacco a pelo. In realtà il B&B è un confortevole appartamento con angolo cottura: ci passeremo tre notti.

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Il 10 agosto partiamo in direzione del vulcano Askja, raggiungibile solo da due strade: la famigerata F80, più breve, ma con guadi profondi un metro e la F910 più lunga, ma con fiumi meno profondi. Scegliamo la seconda soluzione: la strada da sterrata si trasforma in pietraia e dobbiamo ridurre la velocità. I primi due guadi si fanno senza difficoltà, il paesaggio desertico che ci circonda è bellissimo, dune di ghiaia e sabbia vulcanica, in lontananza montagne innevate: sembra di essere su Marte. In una sosta pranzo incrociamo dei turisti in fuoristrada che ci dicono che la pista da lì a poco sarà sabbiosa, in seguito alla tempesta di sabbia del giorno prima. Così, dopo un breve consulto, decidiamo di cambiare meta, di rientrare e dirigerci verso la cascata di Dettifoss. Al bivio per Dettifoss la strada è un po’ più impegnativa: i fuoristrada che si incrociano non rallentano e sollevano ghiaia e nuvole di sabbia che ti entra nel casco. Per alcuni secondi non vedi più nulla, solo polvere; la senti nel naso, nella bocca. Avvicinandosi si scorge una nube che si solleva in lontananza: è una nube d’acqua, quella della cascata a mio avviso più bella d’Islanda, Dettifoss. L’acqua nerissima, a causa della finissima sabbia lavica trasportata, il rumore della cascata, le gocce d’acqua polverizzata dalla pressione di un salto di oltre 45 m che ti bagnano il viso: uno spettacolo della natura che ti toglie il fiato.

Ripartiamo, altri 15 chilometri di strada sterrata e raggiungiamo Asbyrgi, un’impressionante depressione a forma di ferro di cavallo che si è formata, secondo i geologi, a causa di un’eruzione vulcanica che sciolse un ghiacciaio in sole 48 ore. Raggiungiamo la costa nord e ci dirigiamo a ovest, per arrivare a Husavik, lungo la strada costiera. Qui le falesie si scagliano nel mare Artico e a pochi chilometri passa il parallelo 66° dell’Artico. A Husavik, bisogna visitare il piccolo ma coloratissimo villaggio di pescatori. Qui ci si può imbarcare per fare whale watching – ossia avvistare i cetacei nel loro ambiente naturale; una gita dura 3 ore e costa circa 50 euro a testa, ma vale il costo del biglietto. Il giorno successivo partiamo per la cascata di Godafoss, la cascata degli Dei. Da qui si può scegliere di percorrere un’altra pista sterrata con guadi che porta verso l’interno e rientra sulla costa ad Akureyri, oppure fare il giro antiorario della costa a Nord di Akureyri, mantenendo dove possibile le ruote della moto su asfalto. Nei tratti più montuosi della costa la temperatura scende anche sotto i 10°, ma la costa è meravigliosa da vedere: cascate a precipizio nel mare, fiordi incantevoli e paesini di pescatori dai nomi impronunciabili. Nella serata siamo ad Akureyri, chiamata la Città dell’amore: i semafori hanno il rosso a forma di cuore.

Il 13 agosto si parte presto: il programma prevede di tagliare l’isola per la mitica pista F35, 180 chilometri di sterrato che tagliano il deserto al centro dell’isola passando tra due ghiacciai. In realtà, la F35 è una delle strade più emozionanti che ho mai percorso: chilometri di sterrato che si alternano a ghiaia, al famoso “ondulè” che fa vibrare tutta la moto, che pensi “qui si smonta tutto”. Ogni volta che incroci certi maledetti fuoristrada, la polvere non ti fa vedere nulla. Il paesaggio è fantastico, lunare, qui la NASA fece le prove di atterraggio dell’Apollo 13. A un tratto, in mezzo al nulla, tra pietre e sassi, spunta un lago, poi ancora il deserto, e in lontananza si scorge un ghiacciaio prima a destra, e poi anche a sinistra: eccoli! La pista a tratti è meno difficile e diventa divertente, una decina di chilometri di ghiaia nera vulcanica e poi terra battuta. A un certo dobbiamo fermarci e spegnere le moto: una mandria di cavalli sta percorrendo la strada in senso opposto, uno spettacolo! Ripartiamo, ritroviamo l’asfalto e arriviamo a Gullfoss che, con i suoi 32 metri di salto, è una delle cascate più famose d’Islanda. Come recita Wikipedia: “soprannominata spesso “la regina di tutte le cascate islandesi” per la teatralità, la bellezza e i giochi di luce del suo doppio salto, e fa parte assieme al Þingvellir e i vicini geyser (Geysir e Strokkur) al cosiddetto Golden Circle (Circolo d’Oro)”.

geysir

Pochi chilometri a sud e arriviamo a Geysir: ogni quattro, cinque minuti il geyser spruzza una fontana d’acqua calda che arriva fino a 30 metri di altezza. La zona è circondata da pozze d’acqua sulfurea che può raggiungere i 100°. Il giorno 14 ci dirigiamo verso est, puntando dritti a uno dei siti storici più importanti di tutta l’Islanda e parte del Patrimonio Unesco: il Parco Nazionale Þingvellir. Qui, intorno al 900d.C., fu fondato uno dei primi parlamenti democratici del mondo. Sempre qui, non si può rimanere indifferenti all’immensa spaccatura dovuta alla separazione della zolla tettonica europea da quella americana. Dalla fenditura, che si allarga di un paio di centimetri l’anno, esce uno strano odore di gas e il panorama dall’alto è stupendo…

Ci dirigiamo verso i Fiordi di Nord Ovest: non appena si “svallica” un fiordo, ne inizia uno ancora più bello, si trovano colonie di foche e l’azzurro del cielo si confonde con il mare. Arriviamo a nord est della penisola, lasciandoci alle spalle Jsafiordud, e raggiungiamo il B&B per la notte. Il giorno 17 visitiamo la penisola dello Snaefells, dominata dal vulcano-ghiacciaio Snaefellsjokull (1.446 m), famoso perché da qui iniziò il “viaggio al centro della terra” di Jules Verne. Dagli appassionati di esoterismo, lo Snaefellsjokull è considerato uno dei sette “grandi centri energetici” del Mondo e, nelle giornate limpide, lo si può vedere anche da Reykjavik. Qui ci fermiamo a pranzare al sacco ai piedi del vulcano, cucinando con l’acqua di un torrente che ha origine proprio dal ghiacciaio. Il 18 è una giornata di trasferimento, dove ripercorriamo strade già fatte, fino ai piedi del Landmannalaugar, per dirigerci verso l’interno. Il giorno dopo la strada è impegnativa, sterrato e una ventina di guadi. Il tempo è brutto, nebbia, pioggia e freddo. Sabrina ed io decidiamo di abbandonare la meta, mentre gli altri vanno: ci diamo appuntamento a un’area di servizio per la sera sulla Ring 1, la strada principale. Questa deviazione ci permette di vedere la costa sud ovest, la cascata di Skogafoss, con la sua acqua quasi nera a causa della finissima sabbia lavica in sospensione, e il famoso maglificio di lana islandese a Vik.

Cascata Skogafoss

Il 19 partiamo verso est. Dobbiamo costeggiare il ghiacciaio più grande dell’isola e d’Europa, il VatnaJokull, le cui lingue di ghiaccio arrivano a poche centinaia di metri dalla strada; in lontananza, su una cresta di ghiaccio, vediamo anche alcuni escursionisti impegnati in un’arrampicata. Riprendiamo la strada e arriviamo a Jokulsarlòn. Qui il ghiacciaio si getta in una piccola laguna facendo sì che gli iceberg si fermino su una spiaggia di lava nera. Saliamo a bordo di uno degli anfibi che permettono di navigare in mezzo agli iceberg: sono immensi, la parte che emerge è solo il 10 per cento; il lago è profondo 250 metri, ed è talmente freddo che un uomo in queste acque potrebbe resistere al massimo dai quattro ai sei minuti. L’unico colore che il ghiaccio non assorbe è il blu e quindi lo riflette, trasformando questi blocchi di ghiaccio in montagne blu galleggianti. Il giorno dopo percorriamo la Ring 1, destinazione Egilsstadir, dove Eddy ci attende per ricaricare le moto sul Camion. La strada è ancora impegnativa: a un certo punto l’asfalto lascia il posto allo sterrato che per un tratto è fanghiglia scivolosa; per fortuna riesco a seguire le tracce di un camion che hanno ricompattato il terreno per 30 centimetri di ruota, ma ne esco a fatica. Arriviamo all’aeroporto, dove carichiamo le moto che il giorno dopo rientreranno in Italia.

L’Islanda ci è entrata nel cuore. Ringrazio Andrea e Massimo, non solo per la compagnia e la pazienza nell’aspettarmi, ma anche per avermi aiutato con i loro consigli, e Sabrina, per aver sopportato pioggia e freddo senza lamentarsi. Abbiamo percorso 4.200 km in tutto; la moto, con i suoi 65.000 km in tre anni, si è comportata benissimo. Ora non ci rimane che sognare nuove avventure.

SCOUTS: Massimo Ferrara e Leonello Boschiroli
A CURA DI: Gaia Cortese

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