Africa Vera

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Marocco, Mauritania, Senegal e Mali tra dune di sabbia e distese di terra e pietre. L’inconveniente di perdere tutti i documenti, l’ospitalità di un poliziotto e l’incontro con un proprietario di una biblioteca secolare di Atar, in passato tappa della vecchia Parigi – Dakar. Tutto quello che può accadere in sella a una KTM Adventure 950 nell’Africa orientale

Raid in Africa - Partenza
30 ottobre 2010, il giorno della partenza. Considerato il kilometraggio della mia Mariagrazia, traghetto da Genova a Tangeri e faccio conoscenza di Mariano e Carlo che gireranno il Marocco; poi di Andrea Carrà, famoso viaggiatore/fotografo, e di Alberto, suo compagno di avventure, con in programma qualche giorno sulle piste marocchine per un “Raid to Dakar”.
Una volta a terra, attraverso le montagne per raggiungere la costa atlantica e volgere le ruote, attraversando il West Sahara, in direzione Mauritania. Il West Sahara è una grande sorpresa, soprattutto da Laayounne in poi: panorami mozzafiato e i primi sentori di quello che è il deserto!
Per quello, occorre attraversare le dogane di Marocco e Mauritania, quella terra di nessuno, dove leggende metropolitane riguardanti predoni, insabbiamenti e smarrimenti si sprecano. Attraversare le dogane, alla fine, è più semplice del previsto. In meno di tre ore entro nella Repubblica Islamica di Mauritania: l’accoglienza non è male, ma mi accorgo subito che non è un posto economico, soprattutto per dormire. Per il resto sembra di essere in un altro mondo: macchine datate, fumose e mezze scassate viaggiano nelle polverose strade di città, fra pedoni indifferenti e animali che pascolano nel mezzo delle carreggiate. La strada che va a sud, verso la capitale Nouakchott, pur essendo tutta asfaltata (per mia fortuna…), è un idillio di dune di sabbia, dromedari e tende. I posti di controllo di Gendarmeria e Polizia fanno dimenticare tutti gli avvisi di pericolo inerenti al terrorismo, e sono comunque sempre veloci e cortesi.
Lungo la strada faccio conoscenza con Dominique, 37enne belga che, al suo primo viaggio, si dirige verso il Sudafrica. Mi chiede di fare un po’ di strada insieme e accetto volentieri. L’indomani, partiamo per il Senegal.
I panorami e i colpi d’occhio lungo la strada sono sempre più intriganti. Mi verrebbe voglia di fermarmi qui, ma penso che potrò dedicare tempo a queste zone al ritorno. L’asfalto peggiora: lingue di sabbia attraversano la carreggiata, buche infinite rallentano la marcia e in questo periodo la luce del sole cala presto.
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Arrivati a Rosso, dove si trova la frontiera principale con il Senegal, scegliamo la pista di 100 chilometri che conduce a Diamal, dove c’è una dogana più piccola e sbrigativa. Le testimonianze, infatti, dicono che la frontiera di Rosso sia molto dura, sia in termini di tempo (anche più di un giorno), sia in termini economici, perché le “mance” si sprecano. L’unica difficoltà è la pista tortuosa e allagata, per causa dell’abbondanza di piogge avuta nella stagione pluviale appena terminata. Arriviamo in Senegal senza problemi, ma all’arrivo a St. Louis è il caos. In questi giorni si festeggia il Tabaski, la festa del montone, e le strade sono invase da mercati e venditori di ogni genere e muoversi, ormai al buio, è quasi impossibile. La mattina si parte in tutta fretta verso Dakar dove, entro le 16.30, dobbiamo recarci alla dogana del porto per apporre il timbro d’ingresso sul Carnet de passage. Tra fermate obbligate dai corrottissimi poliziotti, qualche pausa per fare conoscenza con gli abitanti dei villaggi e il traffico infernale che comincia 30 km prima della capitale, giungiamo all’ultimo minuto dai doganieri e sbrighiamo le pratiche.
Trascorriamo due giorni a Dakar, una città viva di notte in centro e caotica di giorno, dove le cose più belle sono il lungomare e la turistica Île de Gorée, l’isola da dove sono transitati la maggior parte degli schiavi destinati alle Americhe. La visita al Lago Rosa è tappa obbligata per chi ama le moto. Questo sito, oltre a essere stato l’arrivo della mitica Paris-Dakar, è un importante centro di raccolta del sale, materia che dà gran movimento all’economia del Paese. Il giorno dopo ci concediamo uno stop per visitare il Parco di Niokolo Koba dove, in alcune stagioni, è possibile avvistare diversi animali selvatici. Da qui la strada verso il Mali scorre veloce, a parte un piccolo intoppo: il ponte che attraversa il fiume è ancora in costruzione, pertanto l’unica possibilità è caricare la moto su una piroga e sperare nella sorte! Gli indigeni sanno il fatto loro e in poco più di un’ora il gioco è fatto. Qui non esistono dogane o uffici, solo qualche villaggio e tanta terra battuta, e al di là del fiume c’è il Mali! Alla prima cittadina la fermata presso la Polizia e la dogana è obbligatoria per registrare l’ingresso nel Paese per non incorrere in situazioni spiacevoli durante il resto del viaggio.
Siamo nella zona centro-occidentale del Mali, c’è tanto verde e la terra rossa crea un contrasto cromatico meraviglioso. Viaggiamo in direzione Bamako, la capitale, dove vorremmo arrivare per sera, ma un altro bacino d’acqua ci impone un altro giro in piroga con la moto. La luce sta calando e la benzina è agli sgoccioli, così riduco la velocità riuscendo ad arrivare, a notte inoltrata, a Kenieba, dove troviamo sistemazione in una specie di disco-pub-ristorante! Saltiamo a piè pari Bamako e ci dirigiamo verso la zona orientale dove, ascoltando le notizie, non si dovrebbe andare: pericolo attentati e rapimenti! La gente del posto tuttavia non ci dà segni di preoccupazione, così si prosegue tranquilli. Segù, cittadina sulle rive del Niger, molto turistica, ci accoglie con un folto gruppo di procacciatori di ogni genere che non ci permette di rilassarci. Arriviamo a Djennè, uno dei siti che desideravo maggiormente visitare. La sua moschea di fango è un’opera stupefacente, tra le più antiche e grandi al mondo.

  • djenne-mali
    Djennè

Un giro nella cittadina mi permette di scoprire anfratti nascosti e di vedere il mercato del lunedì, uno dei più rinomati di tutto il Mali. Si riparte alla volta di Bandiagara, dove ci aspetta una falesia magnifica e i villaggi Dogon inerpicati sulle pareti rocciose, che sorgono proprio di fronte alla distesa desertica che conduce verso il Niger. Durante le scorribande sulle piste sabbiose della falesia ho una disavventura che cambierà radicalmente il mio programma di viaggio. Non essendo un bravo pilota di fuoristrada, devo fermarmi spesso per bere e riposarmi e, in una di queste soste, mi accorgo di non avere più il marsupio con i soldi, le carte di credito, il passaporto, i visti, i documenti personali e della moto, e il telefono! Dopo un po’ di panico e un paio di birre, razionalizzo ciò che devo fare e vado a dormire. Il giorno dopo, diverse telefonate e una richiesta di denaro ai miei Fratelli in Italia (Los Animalos), mi permettono di districare questa matassa. Dominique riparte ed io mi muovo verso la capitale, dove sarò ospite degli amici di Transafrica conosciuti qui, e che custodiranno la mia moto. Devo tornare in Italia in aereo per rifare tutti i documenti, se voglio rimpatriare la moto! A metà gennaio riesco a tornare e a riabbracciare la mia moto! Considerato quanto ho speso, decido a malincuore di limare la seconda parte del viaggio che mi avrebbe portato nel Burkina Faso e magari in Ghana, Costa d’Avorio e Guinea. Mi dirigo verso il confine occidentale con la Mauritania; all’arrivo a Nioro du Sahel mi fermo a cercare informazioni sul da farsi per espletare le varie pratiche, girando tra gli uffici della Gendarmeria, della Dogana e della Polizia. È sera e alla Polizia chiedo informazioni per il pernottamento. Rimango sbalordito quando mi offrono di restare lì con loro, ma accetto di buon grado l’invito del graduato. Che sorpresa! Ceniamo insieme e a notte inoltrata comincia la festa a base di birre. Mi spiegano che il giorno successivo sarà la giornata delle Forze Armate e alla vigilia si comincia a festeggiare con gli alcolici. La mia festa dura poco, resisto poco e mi corico nello stanzino a me riservato, fornito di materasso e zanzariera. La mattina mi avvio nel centro del paese per comprare medicine con i soldi raccolti da amici e parenti e portarle all’ospedale, affinché siano utilizzate per i villaggi più in difficoltà. Acquisto due borse di farmaci contro malaria, tifo e altre malattie su consiglio dell’associazione Bambini nel Deserto che si occupa dell’attivazione di centri medici, della costruzione di pozzi per l’acqua e di assistenza varia per le popolazioni della fascia sahariana. In giornata mi rimetto in moto e alla frontiera perdo un po’ di tempo con un graduato che mi chiede gentilmente di attendere la fine del suo pranzo prima di espletare le varie formalità. Provo a fare il furbo e non stipulo l’assicurazione ma, al primo posto di blocco me la chiedono. La mia furbata mi costa quattro pacchetti di sigarette, ma con il poliziotto passo una mezz’ora di chiacchiere piacevoli. L’arrivo ad Ayoun-el-Atrous è entusiasmante: incontro subito il “Generale”, un gendarme fuori di testa, con la divisa piena di stemmi, pendagli e patacche di ogni genere, tutti però delle Forze Armate! Io in moto e lui di corsa, mi scorta fino all’hotel più economico (a suo dire) della cittadina. La sera mi viene a trovare e passiamo qualche ora insieme ma rifiuta di farsi fotografare: “Per noi soldati è pericoloso!”. L’indomani eccomi finalmente sulla famigerata “Route de l’espoir”, la via della speranza. Attraversa le zone dei più recenti rapimenti ma, a sentire gli autoctoni, se non si dorme per strada e non ci s’infila in qualche pista poco frequentata, i rischi sono minimi. Un po’ di paura effettivamente ce l’ho. Il panorama si distingue tra quello sabbioso, con dune di vari colori, e quello molto più piatto e monotono di distese di terra e pietre.
  • africa-meccanico
    Qui si gonfia a mano!

L’arrivo alla capitale Nouakchott m’impegna un paio di giorni, così decido di inoltrarmi fino a Cinguetti, piccolo centro nel deserto del centro-ovest, antico crocevia di carovane nel deserto. Arrivarci è semplice: si arriva ad Atar, cittadina con un antico mercato, dove ancora macellano i cammelli, carne che in pochi si possono permettere, e che ai tempi della famosa Parigi-Dakar ha permesso lo sviluppo turistico che ora purtroppo si sta spegnendo. Da Atar si imbocca una strada sterrata di circa 80 chilometri, semplice anche per un inesperto come me, e l’arrivo all’antica capitale maura mi lascia sbalordito: completamente contornata da sabbia e dune, regna una pace che raramente ho provato. La visita a una delle biblioteche secolari è d’obbligo. Amhed Mahmud, proprietario di una di queste, è un personaggio coinvolgente che, con i suoi racconti, fa sì che i visitatori si immedesimino nella storia mauritana e di Cinguetti. Oltre a recitare una poesia in arabo per poi tradurla, mi concede l’onore di vedere uno dei più antichi corani esistenti! L’indomani la voglia di ripartire è poca, la notte passata con il proprietario dell’accampamento e Jacob, un 75enne francese che vive qui da anni, bevendo çiay e parlando di tutto un po’, mi hanno dato un senso di beatitudine, ma mi rimetto in sella per prendere la strada del ritorno. Percorro così la strada a ritroso ripassando dalla capitale fino al confine con il Marocco. Alla dogana mi fanno svuotare i bagagli e mi fanno pagar dazio con qualche pacchetto di sigarette. Risalire il Sahara occidentale non è meno affascinante dell’andata, dove ci si vorrebbe fermare per ore a contemplare gli scorci offerti dal deserto, dal mare e dalle rocce. Il passaggio da Guelmim m’invoglia a una fermata in più, per salutare ancora una volta Alì, fondatore di un’associazione per ragazzi portatori di handicap, ai quali ho portato in dono un po’ di magliette, cappellini e accessori per la scuola. Il ritorno verso l’Europa è tutto freddo, pioggia e vento da El Jadida in su, ma abbandonare la terra d’Africa stringe il cuore e rende malinconici. Il tratto spagnolo mi regala ancora un po’ di sole, ma tanto freddo, e mi concedo ancora una deviazione per visitare Granada con la sua Alhambra, enclave araba nel territorio occidentale. La statale che attraversa Spagna e Francia scorre tranquilla; mi concedo qualche sosta lungo la costa franco-italiana e, oltrepassate le Alpi marittime, trovo la neve!
È stato un viaggio ricco di avventure e disavventure, ma bello e fortunato. Voglio ringraziare chi mi ha aiutato a fare questa esperienza: Elisa, la mia fidanzata, che non si lamenta mai anche se sto via per molto tempo; Franco, Chef della cucina Mondadori, che mi concede il lusso di assentarmi e mi sostiene sempre; i miei Fratelli Los Animalos che… come farei senza loro?! E ancora Fabrizio, grande meccanico KTM che mi assiste e mi dà buoni consigli; e i miei genitori che mi proteggono sempre da lassù.
sosta-notturna

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